Le imprese, dopo anni di delocalizzazioni, ripensano alle proprie supply chain e tornano a casa.

3 Maggio 2022by Gragnani s.r.l.

Le imprese, dopo anni di delocalizzazioni, ripensano alle proprie supply chain e tornano a casa. Opportunità per la ripresa

 

Il fenomeno, detto reshoring, iniziato più di un decennio fa, ha registrato un’accelerazione negli ultimi due anni.

 

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Nella seconda metà del secolo scorso si è assistito, in Italia così come nei principali Paesi occidentali, a una massiva e crescente delocalizzazione delle produzioni in aree geografiche o Paesi in cui esistevano vantaggi competitivi.

Questi consistevano generalmente nel minor costo dei fattori produttivi (in particolare della manodopera), aliquote fiscali vantaggiose e costi energetici contenuti.

 

Una strategia, detta offshoring, che permetteva a molte imprese di aumentare significativamente la capacità produttiva e, a fronte di costi della produzione estremamente bassi, generare maggiori profitti.

 

Nel periodo 2001-2006, il 13,4% delle medie e grandi imprese italiane ha trasferito all’estero attività o funzioni svolte precedentemente all’interno dei confini nazionali (analogo trend in Europa). Di queste, il 62% ha delocalizzato per ridurre il costo del lavoro, il restante 32% per accedere a nuovi mercati.

 

Tuttavia, a partire dal periodo post crisi finanziaria (2008) si è registrata un’inversione di tendenza del fenomeno, confermata anche dall’ISTAT.

 

Dall’indagine dell’Istituto Statistico emerge che nel periodo 2015-2017 soltanto il 3,3% delle medie e grandi imprese ha trasferito all’estero la propria attività, rispetto al 13,4% del periodo 2001-2006.

Anche in questo caso, il trend è confermato a livello europeo: la percentuale di imprese dell’Ue che trasferiscono oltre i confini nazionali attività o funzioni aziendali è passata dal 16% del 2001-2006 al 3% del 2015 – 2017.

 

imprese internazionalizzazione funzioni aziendali
Imprese, per tipologia, che hanno internazionalizzato funzioni aziendali. Anni 2015-2017, valori percentuali

 

Numerose imprese hanno deciso di riportare all’interno dei confini nazionali la fase produttiva in precedenza delocalizzata in altri Paesi. Tale strategia economica, che consiste nel rientro a casa delle aziende che in precedenza avevano delocalizzato, prende il nome di reshoring.

 

Le ragioni che spiegano la diffusione a livello globale di questo fenomeno sono principalmente due: da un lato le esigenze di mercato, dove i consumatori adottano scelte di acquisto sempre più orientate verso prodotti con elevati standard qualitativi, difficilmente raggiungibili con produzioni massive; dall’altro lato il mutamento del contesto socio-economico di molti paesi dove le aziende avevano delocalizzato la produzione, in cui si è registrato un aumento del costo della manodopera, del carburante e delle materie prime, con una conseguente riduzione del differenziale dei costi totali di produzione tra il paese di origine dell’azienda e quello di (de)localizzazione della produzione.

 

Il trend ha subito un’ulteriore accelerazione nel 2021 (e continua nel 2022) dovuta alle enormi interruzioni alle catene di approvvigionamento in un contesto di lockdown e carenza di manodopera.

Di riflesso, i costi della logistica sono saliti ai massimi storici e i tempi di consegna sono aumentati, contestualmente la domanda di beni è aumentata e l’offerta non è stata in grado di stare al passo. Una condizione che ha spinto molte imprese a una rielaborazione delle supply chain, cercando di accorciarle e localizzarle in luoghi maggiormente prossimi alla domanda.

 

Gli occhi sono puntati soprattutto sulla Cina, che secondo molti esperti sarà una delle aree maggiormente interessate dal reshoring. Le ultime settimane, hanno ricordato a molte imprese che avvicinare le catene di approvvigionamento significa essere meno vulnerabili alle turbolenze del contesto socio-economico mondiale.

Infatti, in questo momento, in seguito ai lockdown cinesi, le supply chain di molte aziende stanno subendo notevoli ritardi che si traducono in interruzioni o rallentamenti dei processi produttivi.

 

Il reshoring determina benefici sia per l’impresa stessa sia per il contesto economico in cui avviene la re-localizzazione, oltre a diversi effetti favorevoli sull’ambiente.

 

Le implicazioni sociali sono il miglioramento dei salari e la creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione. Sul fronte ambientale, come detto, si evidenziano diversi effetti favorevoli.

In primo luogo, avvicinando le catene di approvvigionamento al consumatore finale si riduce l’inquinamento legato al trasporto.

In secondo luogo, supply chain più corte permettono di migliorare l’efficienza della dinamica di domanda e offerta, minimizzando i consumi di energia legati alla sovrapproduzione.

 

Per concludere, se da un lato il dato che emerge è più che confortante, dall’altro appare chiaro come d’ora in poi vi sarà la necessità, da parte delle istituzioni, di garantire continuità a tutte quelle realtà, nazionali e internazionali, che decidono di tornare a scommettere sull’Italia come luogo per i propri investimenti, attraverso la creazione e il mantenimento di veri e propri strumenti di agevolazione a disposizione delle imprese.

 

Interessante, in questo senso, un’indagine svolta dall’ISTAT che evidenzia i fattori indicati dalle medie e grandi imprese per scegliere di riportare in Italia attività o funzioni svolte all’estero sono:

  • Riduzione della pressione fiscale
  • Politiche per il mercato del lavoro
  • Incentivi per Innovazione, Ricerca e Sviluppo

 

-A cura di Filippo Samminiatesi

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